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PETROLIO_prove di scrittura – GiornalISIS

PETROLIO_prove di scrittura

 

Questa storia racconta le conseguenze di un ennesimo disastro ambientale causato dall’uomo, a pagare saranno gli animali marini che per pura sfortuna si trovavano al momento sbagliato nel luogo sbagliato.

 

Ero in viaggio da settimane, seguivo la grande corrente calda per arrivare in Europa, ma prima di raggiungere le terre orientali mi sarei fermato nei pressi di un arcipelago, in mezzo al grande blu per fare una pausa da questo viaggio stremante. Si diceva che fosse un posto ricco di cibo e soprattutto un luogo al sicuro dai grandi predatori  come gli squali e in generale dai pesci di grandi dimensioni. Come ogni giorno nuotavo più sotto, rispetto al banco; io e tutte le altre tartarughe, che come me avevano intrapreso questo lungo viaggio, eravamo emozionate al pensiero di raggiungere l’Europa. Eravamo un gruppo numeroso, nonostante le perdite causate principalmente da attacchi dei predatori e soprattutto dalle grandi reti che ci trascinano fuori dal mare …per poi non farci più ritorno. Stavo parlando con una mia compagna di banco su dove sarebbe stato più sicuro andare una volta raggiunta l’Europa, quando sentimmo un enorme boato seguito da onde anomale provenienti dalla superficie dell’oceano; successivamente ci accorgemmo che tutto attorno a noi si stava gradualmente oscurando. A primo impatto tutte pensammo che stesse arrivando la notte, ma non ci volle molto tempo a capire che non era così, qualcosa stava ostacolando la luce del sole. Il vincolo in questione era una grande macchia nera,  una sostanza appiccicosa e stesa per alcuni chilometri sulla superficie dell’acqua che impediva alla luce di diffondersi in mare; dopo poco tempo iniziò a mischiarsi con l’acqua fino a raggiungere le profondità marine e di conseguenza raggiungere noi. Eravamo tutte spaventate, non sapevamo cosa stesse succedendo. Continuammo a nuotare avanti avvolte da questa sostanza che non molto tempo dopo si rivelò letale. All’inizio non sembrava pericolosa, poi cominciò ad attaccarsi al nostro corpo ostacolandoci nei movimenti e nei disperati tentativi di allontanarci da quella zona; essendo una sostanza mischiata con l’acqua inevitabilmente la ingerimmo e a causa di ciò molte morirono. Non fummo coinvolte solo noi tartarughe in questo genocidio, ma vennero coinvolti molti altri animali come pesci, meduse e uccelli che come noi non sapevano cosa fare e dove andare per salvarsi. Io, come anche altri, mi salvai andando disperatamente verso i fondali marini dove l’acqua pareva ancora pulita, o quantomeno non troppo contaminata, lontano da quella sostanza letale. Tutt’oggi porto con me alcuni segni di quel giorno: il mio carapace è ancora sporco di quella melma nera e faccio fatica a respirare, probabilmente ho ancora dentro il corpo qualche residuo di quel liquido scuro. A seguito di quella tragedia, con molta fatica e dopo innumerevoli giorni di viaggio, raggiunsi l’arcipelago in mezzo all’oceano e potei vedere che delle tartarughe partite con me, ne erano rimaste veramente poche, probabilmente la melma nera aveva ucciso le altre, oppure forse erano riuscite a scappare. Le poche tartarughe che vidi lì si trovavano nelle mie stesse condizioni:  tutte quante erano ferite, indebolite e ostacolate.  Una Caretta Caretta, in particolare, quella che più di tutte ricordo e che mi sconvolse, era cieca perché la melma nera le entrò negli occhi. Nonostante tutto restai in quell’arcipelago per circa una settimana, cercai di rimuovere il materiale oscuro dal mio carapace, ma non ci riuscii, nulla può rimuoverlo. Successivamente ripresi il viaggio per raggiungere le terre orientali. A distanza di molti anni per me è ancora un mistero la causa scatenante dell’inferno marittimo che vissi quel giorno e penso che rimarrà tale fino alla mia morte. Oggi finalmente ho raggiunto le terre orientali e continuo a vivere nuotando per il mare, sempre tormentato dalla maledizione della melma scura.

 

Kilian Brioschi 5AE

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